parrocchia
san Gennaro all'Olmo - Napoli
"Ricorda che questo è stato"

La deportazione del 16 ottobre 1943
testimonianza di Alberta Temin della comunità ebraica di Napoli

Voglio iniziare ricordando le leggi razziali, emanate in Italia nel 1938. Questi leggi proibirono a tutti gli ebrei di andare a scuola; gli uomini e le donne non potevano più lavorare in impieghi pubblici o privati.
E sono rimasti tutti senza lavoro. Hanno dovuto arrangiarsi per poter vivere.

Io allora avevo 19 anni e sarei dovuta andare all'università. Mi ero appena diplomata come maestra. Ma per via di quelle leggi non sono potuta andare all'università.

 

Fortunatamente, avendo il diploma di maestra, ho potuto insegnare nelle scuole ebraiche così da aiutare i nostri ragazzi a non rimanere ignoranti.

In quel tempo io mi trovavo a Ferrara. E in quella città gli ebrei erano tanti: in una cittadina che contava 60.000 abitanti, gli ebrei erano circa mille.

Ricordo che alla fine dell'anno scolastico 1938-39 fu permesso ai bambini ebrei di andare a sostenere gli esami nelle scuole pubbliche.

Ma dovevano entrare mezz'ora prima degli altri e uscire mezz'ora dopo gli altri; per andare in bagno dovevano essere accompagnati da un bidello, per evitare il contatto con gli altri bambini.

Anche l'esame di maturità di terza liceo non veniva fatto insieme agli altri. Si potevano vedere tre, quattro, cinque ragazzi messi in un'aula a parte, divisi dagli altri, in quella stessa scuola dove qualche anno prima stavano tutti insieme seduti nello stesso banco.

Quando nel 1940 l'Italia è entrata in guerra, la vita per noi ebrei è diventata ancora più difficile: cominciavano a comparire le scritte, sui muri e all'ingresso dei negozi, contro gli ebrei.

Ricordo che un giorno facendo la strada per andare alla scuola ebraica, passavo davanti ad una sala del cinema dove tante volte ero andata a vedere i films, e vidi un cartello con la scritta: "non sono desiderati né gli zingari né i cani né gli ebrei". Capite? Gli ebrei venivano dopo i cani!

Sui muri si vedevano tante scritte contro gli ebrei: "abbasso gli ebrei, fuori gli ebrei dall'Italia, morte agli ebrei". Era veramente una cosa che ci faceva molto male.

Si giunse, così, all'8 settembre del '43, quando l'Italia si staccò dai nazisti firmando un armistizio con gli Alleati (Americani, Inglesi, Francesi e Russi). Il re di fronte alla catastrofe, preferì imbarcarsi su una nave e andar via, lasciando la nazione in balia degli eventi.

I nazisti avevano occupato l'Italia. Nessuno sapeva cosa fare. L'Italia era allo sfascio. Io mi trovavo a Ferrara e avevo tanta paura: capivo che dovevamo nasconderci. Ricordo che un prete ci aveva detto: "quando vengono i nazisti, voi giovani scappate, perché correte un grande pericolo".

E mio padre che era un benpensante diceva: "c'è la guerra, le cose vanno male per tutti. Ma io perché devo aver paura? Io non ho mai fatto male a nessuno".

Ma proprio la notte dell'8 settembre del '43, mentre dormivamo tranquillamente a casa e c'era il coprifuoco, una forte suonata di campanello ci svegliò tutti. Un uomo della questura accompagnato da un soldato tedesco ci chiese di aprire; aveva una lista di nomi, erano tutti nomi di ebrei.

Erano venuti per cercare mio nonno, morto da 23 anni, titolare di una ditta di rappresentanze.

Mio padre era il gerente di questa ditta, ma

aveva continuato l'attività lasciando il vecchio nome di mio nonno, Tullio Rabin, intestatario della ditta, mentre mio padre si chiamava Carlo Levi.

Hanno cercato dappertutto ma ovviamente mio nonno non l'hanno trovato. Ricordo il passo chiodato del soldato che girava per la casa, che mi rimbombava nella testa e che non ho più dimenticato.

Se ne sono andati ma a noi hanno tolto la tranquillità; abbiamo capito che presto sarebbero venuti a cercare mio padre. Non potevamo più restare a Ferrara. Dovevamo partire. Tutti i giovani ebrei erano già stati arrestati. Li hanno tenuti in prigione per due mesi e poi, consegnati alle SS, sono finiti tutti ad Auschwitz.

E così il 12 ottobre partimmo per Roma dove vivevano degli zii. Essi pensavano che presto anche Roma sarebbe stata liberata, dopo che alla fine di settembre i tedeschi avevano dovuto abbandonare la città di Napoli. Ma non sarà così rapida la liberazione.

Siamo partiti scappando, nessuno doveva sapere dove andavamo. Mio padre si procurò i biglietti per Arezzo e sul treno chiese il prolungamento fino a Roma. Arrivammo dagli zii il 13 ottobre, il 16 ottobre ci fu la prima deportazione degli ebrei in Italia.

Le autorità avevano fatto una legge che obbligava il portiere dei palazzi ad avere tutti i documenti delle persone che dormivano nel palazzo. Si poteva andare a fare delle visite, ma se si restava a dormire bisognava lasciare le carte di identità in portineria.

La casa degli zii era molto piccola, ci siamo arrangiati alla meglio. Si dice che tutti gli ebrei sono ricchi, ma non è vero. C'è chi è ricco, qualcun altro di meno, c'è chi vive del suo lavoro e c'è pure chi viene aiutato perché abbia un piatto caldo tutti i giorni.

Anche mio zio che era ingegnere, aveva perso il posto pubblico nel 1938, si arrangiava facendo traduzioni, vendendo dei quadri che gli venivano da alcuni amici di Napoli. E anche noi dovevamo ora trovare un lavoro per sopravvivere.

Papà è andato a cercare un amico con cui aveva fatto la guerra del 1915/18, che si mise subito a disposizione: mio padre l'avrebbe aiutato nell'amministrazione, mia sorella piccola di 13 anni avrebbe fatto la baby sitter alla sua bambina. Anche io avevo trovato da lavorare sia dando delle lezioni private che aiutando una signora malata che aveva bisogno di un aiuto completo.

Ricordo la sera del 15 ottobre, la sera di quell'ultima cena a casa degli zii. La cena era stata molto modesta; e la zia, che era molto salutista, fece il conto delle valori nutritivi incamerati e tirò fuori un sacchetto di noci, una noce per uno per completare i valori nutritivi.

Andammo a letto sereni. Alla mattina alle 6 fui svegliata di soprassalto per una lunga suonata di campanello, quando ancora c'era il coprifuoco. In quel momento non pensai al peggio, avevo solo paura che potessero prendere mio zio.

Ricordando quanto era avvenuto a Ferrara, dissi alla mamma: non voglio sentire quel passo chiodato delle scarpe da soldato per la casa. In camicia da notte scesi dal letto, aprii una porta finestra che dava sul balcone e uscii per non sentire quel passo. Sentii l'urlo della zia per avvertire che erano i tedeschi. E immediatamente la finestra alle mie spalle si chiuse.

Mia sorella che si era precipitata giù dal letto anche lei chiuse la finestra chiudendo anche i battenti interni perché non mi vedessero. Io rimasi fuori e capii subito che stavano portando via proprio tutti. I due soldati SS urlavano parole incomprensibili che significavano "fare presto, fare presto" con un tono così cattivo che lo ricordo ancora. Da fuori al balcone sentii la mamma che diceva: Ora il mio Carlo non lo vedrò più. Carlo era il mio papà che non dormiva con noi ma in casa del suo amico.

Non so spiegarvi come feci a rimanere fuori al balcone mentre mi portavano via tutti i miei familiari. Ero diventata come una statua di sale, prigioniera della paura. Appoggiata con l'orecchio vicino alla fessura della finestra cercavo di sentire qualcosa. Ad un certo punto sentii il rumore dell'altro balcone della cucina che veniva socchiuso e poi gli ultimi passi e la serratura della porta che veniva chiusa dall'esterno. Poi un silenzio assoluto.
Solo dopo seppi che mio cugino di 16 anni, mentre veniva portato via dai tedeschi aveva pensato a me, lasciando socchiuso il balcone della cucina e le chiavi di casa nascoste sotto i miei vestiti.

Aspettai un poco, c'era tanto silenzio; entrai in casa messa tutta in disordine, valigie per terra. Corsi verso la porta ma la trovai chiusa. E non sapeva ancora delle chiavi nascoste lasciate da mio cugino.

Pensai di telefonare a mio padre per avvisarlo del pericolo, ma i fili del telefono erano stati tagliati. Pensai anche di calarmi sul balcone del piano inferiore con due lenzuola annodate. Ma quando andai per vestirmi, trovai nascoste sotto i miei vestiti le chiavi di casa e una borsetta con dentro pochi soldi e gioielli che potevano servire in momenti così difficili.

Appena uscita gli amici dello zio della porta accanto subito mi aprirono e mi fecero telefonare al mio papà. Poi mi chiesero di dare loro la carta di identità per falsificarla. E cambiarono il mio cognome da Levi in Levigatti.

Andai di corsa nella casa dove si trovava papà; ma lui non c'era. C'era solo una vecchia signora di ottanta anni, anche a lei dissi che doveva nascondersi perché i tedeschi prendevano tutti, anche i vecchi e i malati.

Ricordo ancora quello che era scritto su un pezzo di carta trovato nel corridoio di casa mentre uscivo: "Sarete trasferiti altrove, avete 20 minuti di tempo per uscire da casa; portatevi da mangiare per 8 giorni, una coperta, soldi, gioielli, chiudete bene la porta di casa e portatevi le chiavi di casa. Nessuno può rimanere a casa, nemmeno gli ammalati più gravi perché al campo c'è un'infermeria". E per questo molti si illudevano di poter ritornare un giorno a casa.

Quanto al mio papà lo trovai sotto la porta di casa dell'amico che gli aveva offerto un lavoro.

Non sapeva quanto stava accadendo, voleva parlare subito; aspettai che fossimo in ascensore per spiegargli quanto era successo: "papà, siamo rimasti soli, tu ed io; li hanno portati via tutti". Solo allora scoppiai a piangere facendo uscire tutte le lacrime che avevo in corpo. La signora della casa che per me si adoperò più di una mamma, tutto il giorno ripeteva: "soffrirei meno ad avere un morto in casa, perché la morte è una cosa naturale, ma questa cattiveria degli uomini è una cosa innaturale".

E a quel tempo noi ancora non immaginavano quello che accadeva nei campi di concentramento: pensavamo fossero campi di lavoro. Dicevamo: certamente saranno trattati come schiavi. Ma non sapevamo che invece erano campi di eliminazione.
Gli amici che ci ospitavano ci fecero vedere una botola nel soppalco, vi misero una scala perché in qualunque momento di pericolo potessimo chiuderci nel soppalco, ritirando la scala e chiudendo la botola.

Vi racconto ora che cosa avvenne per la mamma e mia sorella.
Le persone che erano state prese dai nazisti erano 1230 persone. Furono condotte in un collegio militare non lontano dalle carceri di Regina Coeli. Ad un certo punto dissero: se ci sono dei cattolici fra di voi, si spostino in un'altra stanza. Mia mamma non ebbe il coraggio di andarci per timore di essere scoperta e per paura di rappresaglie su altri ebrei. Scrisse un biglietto a noi della famiglia affidandolo ad una signora perché ce lo facesse pervenire. Quel foglietto lo conservo ancora, c'era scritto: "noi tutti siamo tranquilli, siatelo anche voi e fate ciò che potete. Ci rivedremo presto, vi bacio, vi abbraccio, Dio vi benedica".

200 persone erano passate nell'altra stanza per essere interrogate e dopo tornarono in libertà. Ma poi ci fu una cosa imprevista. Alcuni soldati chiesero: "se fra voi ci sono dei cattolici di matrimonio misto, passino nell'altra stanza".


i partecipanti all'incontro

la legge italiana, a differenza di quella tedesca, affermava che bastava avere un genitore cattolico e aver ricevuto il battesimo prima della emanazione delle leggi razziali per essere considerati cattolici. In Germania era diverso: bastava che uno solo dei quattro nonni fosse ebreo per essere considerati ebrei, anche se da due generazioni erano battezzati.

A questa seconda richiesta dei soldati, la zia che era con mamma diede uno spintone a lei e a mia sorella facendole trovare dall'altro lato. Questa volta solo 7 persone riuscirono a passare.

Mia sorella doveva far scomparire le carte di identità; non potendo buttarle nei gabinetti, perché quelli prima di loro avevano fatto la stessa cosa - e i gabinetti erano tutti intasati -, strappò i documenti facendoli a pezzettini piccoli e poi li ingoiò senza un bicchiere d'acqua, per la forza della disperazione. Al momento dell'interrogatorio dei militari la mamma si inventò una storia:

che lei aveva sposato un ebreo ma sua figlia di 19 anni era cattolica dalla nascita. Durante un bombardamento a Bologna la loro casa era stata distrutta e per questo non avevano alcun documento. Sperava che il marito si fosse salvato, ma non sapeva nulla di lui. Era venuta a Roma in casa del fratello del marito, ebreo. E per questo era stata presa con gli altri.

A questo punto i soldati diedero un calcio alla loro valigia ed esse si trovarono fuori dalla porta. Non potendo tornare in casa degli zii dove c'erano stati gli arresti, andarono da una signora conosciuta il giorno prima alla ricerca di un lavoro per mia sorella. E lì ci ritrovammo tutti e quattro: papà, mamma, io e mia sorella. Rimanemmo in quella casa per tre giorni in attesa dei documenti falsificati.

L'esercito degli Alleati impiegò 9 mesi per giungere a Roma, dopo i tanti combattimenti a Cassino, con tanti morti.

Delle 1230 persone prelevate la mattina del 16 ottobre, dopo la liberazione di 207 persone, erano rimaste in mano dei tedeschi 1023 ebrei. Essi erano guardati a vista e nella notte tra il 17 e 18 ottobre furono condotti dentro carri chiusi alla stazione Tiburtina; quindi caricati dentro carri merci, dopo quattro ore in attesa, sono partiti in direzione di Auschwitz.

Erano stati prelevati dai loro letti il 16 ottobre all'alba e giunsero ad Auschwitz il 22 sera, di notte. Non c'erano servizi igienici lungo il viaggio; con un pezzo di

ferro avevano fatto un buco nel pavimento di legno dei carri. Giunti a destinazione rimasero ancora per tutta la notte nei carri e il 23 mattina li fecero scendere.

Un militare delle SS li divideva in due categorie: quelli ritenuti in grado di lavorare e quelli non in grado. Per lavorare ne furono scelti 196, 149 uomini e 47 donne. Erano rimaste 827 persone, di cui 244 erano bambini sotto i dieci anni. Nei registri di Auschwitz non erano registrati come persone ma come "stücken" che vuol dire "pezzi".

Il 23 ottobre stesso furono eliminati, passando prima per le camere a gas e poi nei forni crematori.

Queste notizie le abbiamo apprese dalle poche persone che sono tornate dopo la fine della guerra. Fino al termine della guerra noi non sapevamo di questi campi di eliminazione, pensavamo fossero campi di schiavitù.

Gli alleati sono arrivati a Roma, dal Sud Italia, solo il 5 giugno 1944.